Dialoghi con l’uomo – Adriano Favole L’UMANITA’ E’ CONDIVIDERE Introduzione al tema della quinta edizione dei Dialoghi:"Condividere il mondo. Per un’ecologia dei beni comuni"

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Adriano Favole

L’UMANITA’ E’ CONDIVIDERE

Introduzione al tema della quinta edizione dei Dialoghi:
"Condividere il mondo. Per un’ecologia dei beni comuni"

Incontro con gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado
giovedì 30 gennaio 2014 ore 11.00 – Teatro Manzoni, Pistoia
Adriano Favole è docente presso l’Università di Torino, dove insegna Antropologia
culturale ed Etnologia dell’Oceania. E’ consulente del programma di Pistoia – Dialoghi
sull’uomo, festival di antropologia e sociologia del contemporaneo. Ha insegnato presso le
Università di Milano, Genova e Bologna e l’Università della Nuova Caledonia. Ha viaggiato
e compiuto ricerche a Futuna (Polinesia occidentale), in Nuova Caledonia, a Vanuatu e in
Australia. I suoi ambiti di ricerca principali sono l’antropologia politica, l’antropologia del
corpo e l’antropologia del patrimonio. Predilige viaggiare in bicicletta, con cui ha percorso
oltre 100 mila chilometri. Collabora con il settimanale La lettura del Corriere della Sera. È
autore di: La palma del potere (Il Segnalibro, 2000); Isole nella corrente (La ricerca
folklorica, Grafo, 2007); Resti di umanità. Vita sociale del corpo dopo la morte (2003),
Oceania. Isole di creatività culturale (2010) per Editori Laterza; Trelilu. Opera buffa alla
piemontese (con M. Aime, M.T. Milano, Araba Fenice, 2013). Ha curato l’edizione italiana
di Per un’antropologia non egemonica. Il Manifesto di Losanna (con F. Saillant, M. Kilani,
F. Graezer Bideau, elèuthera, 2012).
L’idea di fondo al tema della quinta edizione dei Dialoghi è che viviamo un tempo in cui, un
po’ per necessità, un po’ per virtù, il "condividere" torna a essere una pratica e un’idea
molto diffusa, dopo decenni di idealizzazione del consumo e del possesso individuale. La
società occidentale moderna ha via via estromesso dalle categorie giuridiche e politiche i
beni comuni, riducendo a due le parti in causa: la proprietà privata e quella pubblica. In
realtà i beni comuni sono stati per lungo tempo, per quanto riguarda l’Europa, uno dei
pilastri delle società agro-pastorali. Così come continuano a essere fondamentali nella vita
di moltissime comunità di interesse etnografico. Beni comuni come entità tangibili, ma
anche immateriali, che possono definire il senso di appartenenza a un territorio o a una
comunità. Beni comuni o meglio condivisi che nel dibattito più attuale sono ritornati a
essere centrali, nell’ottica di una nuova forma di economia e di democrazia, oggi infatti le
pratiche di condivisione sono molte e di fortissima attualità.
"Il 2014 può diventare l’anno della condivisione", scriveva il 24 dicembre 2013 il quotidiano
La Stampa* commentando la notizia relativa al grande successo di una forma di turismo
basata sulla condivisione di stanze nel proprio appartamento. La nozione di condivisione
sta incontrando favori e molti spazi sui media: si parla molto di fenomeni come il bike e il
car sharing, di co-working, di consumi condivisi, di beni e patrimoni comuni. La crisi in atto
sembra avere incentivato la tendenza al condividere.
Credo che prima di tutto sia importante cercare di chiarire cosa intendiamo con il termine
"condivisione" e il verbo "condividere" (sharing in inglese, partager in francese).
La prima cosa da fare è forse osservare il significato pienamente positivo del termine:
condividere è una bella cosa! Ma siamo sicuri di cosa intendiamo per condivisione?
Il sociologo ed economista Russell Belk sostiene che per definire la condivisione occorre
mettere in relazione questo termine con "dono" e "reciprocità", tema dei Dialoghi sull’uomo
nel 2012 e con "scambio di mercato". La situazione "prototipica" del condividere, dice Belk,
è la maternità. La madre condivide il corpo e il sé con il nascituro. La condivisione implica,
se non l’assenza di "proprietà", almeno una proprietà diffusa. La famiglia, per esempio, è
un luogo prototipico di condivisione: i figli non pagano per dormire a casa (neppure la
"loro" stanza), il tavolo è di tutti e così il cibo, i mobili ecc. Questa forma di condivisione è
strettamente legata a quella che, all’alba dell’umanità, decretò la differenza tra esseri
umani e animali. L’umanità, ci dicono gli studiosi di paleontologia, nasce con la
condivisione (di oggetti, utensili e poi parole e significati). Questa condivisione "ristretta"
(sharing in) è legata alla comunità, al "fare comunità".
Ma è possibile, in una società post-moderna, estendere la condivisione ben oltre la
"piccola comunità"? Utilizzare una strada, visitare un museo pubblico, potersi sdraiare su
una spiaggia, sono o no forme di condivisione? Queste condivisioni "ampie" (sharing out)
mettono in gioco comunità ben più vaste, basate sulla condivisione di linguaggi, storie,
simboli e patrimoni collettivi.
Affittare una stanza in casa propria a un turista sconosciuto in cambio di denaro è ancora
una forma di condivisione? Scaricare un file di musica sul web è una forma di
condivisione?
Il prof. Favole nel suo incontro con gli studenti proverà a chiarire i contenuti e i limiti del
concetto di "condivisione", partendo dall’idea che esso ci apra la possibilità di
comprendere meglio le relazioni sociali, mostrandoci inaspettate "piegature" della realtà
che ci circonda. Il rischio da evitare è però che "condivisione" divenga una parola passepartout,
capace di inglobare non solo le capacità umane di creare relazione e comunità,
ma anche forme sofisticate e camuffate di mercato.
Quel che è mio è tuo. L’era della condivisione. (LA STAMPA)